Stoner come non lo avete mai letto


Veramente un bell'articolo su uno dei migliori piloti degli ultimi anni, da leggere.

24/05/2011Casey Stoner come non l’avete mai… letto
Intervista esclusiva all’australiano della Honda in MotoGP


In fondo Casey Stoner è un ragazzo di campagna. L’ex campione del mondo ritrova la serenità quando ha la possibilità di vivere a stretto contatto con la natura. Tutti hanno bisogno di raggiungere un equilibrio nella vita, e se il lavoro di questo ragazzo riguarda la velocità, lo stress e la tecnologia avanzata lui appena può si rifugia nella rigogliosa natura del suo grande Paese: adora campeggiare e pescare, andare a cavallo e a caccia.
«Quando non ci sono le gare, cerco di allontanarmi dall’ambiente delle corse in tutti i sensi: cioè fisicamente e mentalmente» spiega con molta tranquillità, seduto sulla riva del lago Glenbawn, a circa 5 ore di macchina a nord-est da Sydney, nel cuore della terra dei canguri.
«Mi piace pescare: è un’attività complessa e impegnativa, mi aiuta ad evadere dalle corse, tiene il cervello impegnato. Inoltre per pescare frequento sempre dei posti bellissimi: adoro i laghi e i ruscelli. E quando trovo un corso d’acqua un po’ appartato e mi accampo lì per la notte, allora è proprio il massimo. Più un posto è isolato, e meglio è! Se pesco una trota, poi la faccio alla griglia e me la mangio; quando mi va, mi butto in acqua e mi faccio una bella nuotata: per me questa vita è bellissima. E devo proprio ammetterlo: io sto bene e mi diverto solo nella terra dove c’è il mio cuore. L’Australia».
L’altra grande passione di Stoner è la caccia: quella con arco e frecce, per essere precisi.
«Sono passato dal trick bow all’arco lungo, cioè alla vecchia maniera: nessun mirino, nessun aiuto di alcun genere. Mi piace cacciare con l’arco perché è più difficile che con la pistola. E poi mi sembra anche più leale. La cosa che mi piace di più è avvicinarmi furtivamente agli animali: è la parte più difficile, star loro appresso, capire dove e quando mangiano, come si spostano. Poi bisogna stare attenti alla direzione del vento, da dove viene e in che senso spira. Bisogna tenere in considerazione la posizione del sole e infine decidere quale angolazione sia la migliore per attaccare. Ad esempio, se il sole illumina il tuo viso, gli animali ti vedono e scappano. Ce ne sono alcuni, come ad esempio i cinghiali, che possono diventare molto pericolosi quindi bisogna stare veramente attenti a non farsi sco prire. Quando riesco a fregarli, vinco io».
Attraverso i suoi passatempi preferiti, Stoner può anche abbandonare la tecnologia moderna: una cosa che lui non ama.
«Non c’è tanta gente che vuole fare un lungo giro a cavallo, mettersi in sella e cavalcare per quattro o cinque giorni, cacciando e pescando. Partire senza vettovaglie, a parte un po’ di verdura da cuocere con quel che si pesca o che si caccia, è un grandioso salto all’indietro, ai tempi in cui la tecnologia non era così invadente. È un ritorno allo stile di vita del diciannovesimo secolo».
Nonostante Casey cerchi, quando può, di allontanarsi il più possibile dal suo modernissimo lavoro high-tech, riconosce delle similarità tra quel che fa per hobby e quel che fa di mestiere. Si tratta sempre, infatti, di essere preda o cacciatore.
«È vero, anche se in gara cerchi sempre di essere la preda! La prima curva, quando sono in mezzo a tutti gli altri piloti, mi sembra il momento prima di tirare un colpo: guardo dappertutto, controllo ogni angolo, cerco di assicurarmi di trovare un po’ di posto. Proprio come quando sono a caccia: prima di tirare la freccia, controllo tutto. Ci sono delle somiglianze, ma la grande differenza è che quando vado a caccia mi immergo nella tranquillità».
Non sempre, però. Stoner è uno dei pochi top rider ad ammettere senza problemi l’eccitazione prodotta dalla paura nei duelli ai 300 all’ora, e da poco ha scoperto l’eccitazione di un certo tipo di pesca.
«Andare a pesca a Darwin è un’esperienza spettacolare perché è pieno di coccodrilli. È eccitante, ti fa andare il cuore a mille. Devi continuamente controllare l’acqua e sperare di non vedere venir fuori niente… Molte persone vivono sempre tranquille e la ragione per cui noi corriamo in moto è che cerchiamo l’adrenalina. La paura è adrenalina, esattamente quel che si prova mentre si pesca in mezzo ai coccodrilli. È una pesca diversa dal solito, devi essere veramente bravo».
Stoner è stato un ragazzo di campagna per la maggior parte della sua vita. È nato nella Gold Coast e quando aveva 9 anni la sua famiglia si trasferì nella Hunter Valley, una zona di vigneti, per proseguire la sua carriera sulle due ruote.
«Per me non aveva più senso continuare a gareggiare nel Queensland: vincevo tutto, la competizione non era abbastanza tosta, quindi andammo nel New South Wales. Non mi sono spaccato la schiena, ma ho dovuto lavorare molto più di prima».
Casey guidò la sua prima moto quando aveva 16 mesi.
«Mi lanciavo lungo il pendio della collina con la PW50, la spingevo su e tornavo di nuovo giù e così via. Potei guidare da solo una minimoto quando ebbi raggiunto i tre anni. Da quel momento, quando avevamo abbastanza benzina, ero praticamente sempre in moto».
Stoner corse la sua prima gara quando aveva 4 anni e prima di compierne 13 aveva vinto 41 titoli nazionali. Sono state le esperienze nel fuoristrada, e le cadute spesso cruente, a formarlo. Proprio come era successo a leggende come Mick Doohan e Wayne Rainey. Da piccolo Stoner partecipava anche a una dozzina di gare al giorno, anche se alcune duravano pochi secondi. Questo tipo di gara sviluppa – come nessun’altra – una capacità di andare subito all’attacco, di essere aggressivi e concentrati sin dal via. Da qui, la capacità di Casey di tirare fuori il massimo da una moto, persino da una Ducati Desmosedici, dopo pochissimi giri. Un’abilità che lascia spesso a bocca a aperta i suoi avversari.
Ad un certo punto, convinti che il figlio avesse un talento speciale, i suoi genitori vendettero tutto ciò che avevano in Australia e partirono alla volta dell’Inghilterra, dove Casey avrebbe potuto cominciare a correre subito in velocità (mentre in Australia avrebbe dovuto aspettare altri due anni). Nel 2000, il suo primo anno sull’asfalto, vinse il campionato nazionale Aprilia 125. Due anni più tardi era nei gran premi. Vinse la sua prima gara nella stagione seguente. Corse in 250 e in 125, poi di nuovo in 250 e nel 2006 passò in MotoGP; e nel 2007 vinse il Mondiale. Nonostante la sua età – 26 anni – ha già collezionato più vittorie di Wayne Rainey, Kevin Schwantz e Freddie Spencer.
I suoi genitori, che hanno fatto tanti sacrifici per mettere il figlio sulla strada del successo, adesso hanno una fattoria vicino al lago Glenbwan, con 2400 ettari di terreno e 1000 capi di bestiame. È lì che Stoner si rifugia quando torna nella sua Australia.
Non c’è connessione con internet e il primo negozio è a 40 km di strada: l’ideale per uno che rifiuta la vita moderna!
«Riconosco di essere un po’ contraddittorio: a me piacciono i miei oggetti, le mie cose, ma non voglio avere niente a che fare con tutto il resto. Ad esempio non sento il bisogno di una TV: preferisco stare all’aria aperta o lavorare in fattoria». Sul futuro, cioè su ciò che sarà di lui una svolta smessi casco e tuta, Casey ha già le idee piuttosto chiare: «tornerò in Australia in modo stabile, manderò avanti la fattoria e magari avrò dei bambini». Casey e sua moglie Adriana adesso vivono per la maggior parte dell’anno in Svizzera, sempre in mezzo alla natura, in una casa indipendente vicino al lago di Ginevra.
«C’è tanto verde e stiamo proprio vicino a un ruscello di montagna: esco di casa e mi metto a pescare trote». Lui e Adriana si sono trasferiti in Svizzera dopo alcuni anni trascorsi a Montecarlo, in cui Casey ha rischiato di andare fuori di testa. L’unica cosa che riusciva a fare, lì, era appendere al muro del suo appartamento dei bersagli e poi esercitarsi con la pistola ad aria compressa… Casey Stoner detesta vivere sotto i riflettori e non ama la mondanità, ecco perché il suo rapporto con i tifosi e con i “media” è piuttosto difficile. Anche se con l’età sta imparando a gestirlo meglio, è più sereno quando è lontano dagli occhi della gente. «La notorietà non è il mio pane, non fa per me. Molti piloti, specialmente gli europei, si sentono a loro agio, quasi non ci fanno più attenzione. Io invece cerco di starne alla larga il più possibile. Vivo in un ambiente dove la notorietà c’è, quindi cerco di gestirla come meglio posso. Ma io amo gareggiare in moto, tutto il resto mi ammazza».
Casey trascorre tutto il week-end di gara aspettando solo il momento in cui abbassare la visiera del casco e uscire dalla pit-lane: il momento in cui ci sono solo lui e la sua moto contro il resto del mondo. C’è infatti un motivo per cui Casey ha cambiato azienda, alla fine del 2010. La Ducati – o piuttosto il suo sponsor principale, la Marlboro – richiede ai propri piloti di fare molte “pubbliche relazioni” in circuito: «quello mi sfiniva, era esattamente il contrario della vita che voglio».
Naturalmente ci sono altre ragioni che lo hanno spinto a imboccare una nuova strada. «Ho cambiato non perché guidavo una Ducati o perché Valentino parlava con la Ducati: tanto loro l’hanno cercato quando io avevo deciso di andarmene. È stata la questione Lorenzo, nel 2009, che mi ha dato fastidio. In Ducati era un continuo lamentarsi che non avevano abbastanza soldi, eppure sono andati ad offrire a Jorge più del doppio di quel che davano a me. In Ducati hanno due facce. Le persone con cui lavoravo – Preziosi e i ragazzi della mia squadra – erano perfette, ma i capi a te dicono una cosa e poi ne fanno un’altra. Per me i soldi non sono tutto, lo voglio sottolineare, però non eravamo neanche lontanamente vicino agli altri (Rossi, Lorenzo e Pedrosa ndr) e io ad un certo punto ne ho avuto abbastanza. Adesso la situazione è più equilibrata».
Casey sa anche che la Honda può investire più di chiunque altro in Ricerca e Sviluppo: «la Ducati non ha budget per sviluppare nuovi progetti», aggiunge. L’ultimo motivo che lo ha indotto a voltare pagina risale a parecchi anni fa. Da quando aveva 5 anni, il piccolo Casey guardava Mick Doohan sulla Honda NSR 500. Aveva una vera e propria venerazione per il suo conterraneo, che probabilmente è stato il pilota più duro della storia: «ho sempre sognato di essere nel team Repsol Honda e di seguire le orme di Mick».
Casey ammira i piloti dell’epoca di Doohan: «in quel periodo c’erano le gare e basta. Non erano stati ancora inventati tutti i fronzoli che ci sono adesso. Quella sì, che era vita!».
Doohan e suoi contemporanei gareggiavano senza pietà e senza controllo di trazione. Stoner lo proibirebbe, se potesse: «mi piacerebbe correre senza il controllo di trazione. Quando ho vinto il Mondiale la gente non faceva altro che ripetere che io ero un pilota della nuova generazione che si affidava completamente al traction control. Finalmente, ad un certo punto hanno capito che io lo uso meno di tutti gli altri! Se non ho un traction control molto invasivo, sento molto meglio la moto».
Appena è salito sulla sua Honda RC212V, lo scorso novembre, Stoner ha cominciato a dare spettacolo.
«La Honda curva così bene, così meglio della Ducati, che le mie traiettorie adesso sono completamente diverse rispetto a prima», spiega sorridendo. «Ci sono un paio di punti in cui la Desmosedici è migliore, ma sono molti di più quelli in cui la Honda è decisamente superiore. La Honda non vince da diverso tempo, e non ama questa situazione, è un po’ come me, nemmeno io sono contento di non vincere da qualche anno. Mi sono gettato nella mischia per dare alla Honda, e a me stesso, la possibilità di colmare la lacuna. E se c’è una cosa certa, è che sarà una bella lotta».

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